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Un Vescovo con il cuore di Parroco

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Pensando a questo numero de l’Amico, che quasi coincide con l’arrivo a Mondovì del nostro nuovo Vescovo, Mons. Egidio Miragoli, ho tentato un azzardo. Mi son detto: “Provo a fare una piccola intervista a monsignor Egidio, ponendogli domande relative soprattutto al suo ministero di parroco e alla vi- ta di parrocchia. Chissà – pensavo – se avrà la possibilità e il tempo di rispon- derci”. Molto gentilmente lo ha fatto, sotto forma di una lettera, che pubblico integralmente, facendola precedere dalle domande che gli avevo inviato, ringraziandolo di cuore per la gentile disponibilità.

Ecco le domande inviate:

Rev.mo Monsignore, lei è stato per molti anni parroco in una parrocchia con molti abitanti. So che i suoi parrocchiani la amano molto. Ora che la e li deve lasciare per il ministero episcopale cosa porta con sé di più prezioso e bello di tutti questi lunghi anni spesi in parrocchia?
Certamente nel suo ministero di parroco ha avuto modo di immaginare una parrocchia “ideale”. Cosa ritiene sia davvero importante per una parroc- chia oggi, in una stagione sociale ed ecclesiale per molti aspetti inedita e problematica?
Come vorrebbe essere desiderato, visto e pensato dai noi, suoi nuovi diocesani? Cosa si aspetta dal gregge che le è stato appena affidato?
Quali sono i suoi sentimenti alla vigila dell’ingresso nella nostra Diocesi, per tanti aspetti così diversa da quella di Lodi, a partire dal punto di vista del territorio, per nulla pianeggiante, come lo è invece quello di Lodi?

Ecco la lettera del nuovo Vescovo

Rev.do don Giampaolo Laugero Parrocchia Sacro Cuore di Gesù

Caro don Giampaolo,
grazie del suo scritto, di quanto mi esprime, e dell’invio del giornale par- rocchiale, che mi apre una prima fine- stra sulla realtà della vostra Comunità. Rispondo subito alla sua richiesta, non perché di solito sia così tempesti- vo e di facile scrittura, ma perché in questi giorni un po’ caotici so che se deponessi la sua richiesta anche solo per un istante in qualche cartella, cer- tamente me ne scorderei. E mi spia- cerebbe! E allora preferisco almeno uno scritto veloce. Mi scuserà se ri- spondo alle sue domande in maniera approssimativa, più in forma di lettera confidenziale che di intervista.
Sì, lascerò la parrocchia di santa Francesca Cabrini dopo 23 anni di presenza e di servizio a questa comu- nità. Vi arrivai giovane e inesperto (così almeno mi sentivo) a 39 anni. Una parrocchia e un quartiere che nel tempo sono cresciuti. Attualmente siamo 2300 famiglie, per circa 7000 abitanti. Non mi sono mai stancato della mia comunità, e sovente mi tro- vo a parlare di cose avvenute molti anni fa come se fossero successe l’al- tro ieri. I bambini che battezzai in quei primi anni, sono gli attuali grup- pi-giovani di catechesi che incontro insieme o singolarmente, per una chiacchierata, una cena, una confes- sione nel dopo cena, magari dopo quattro passi in città. Li ho visti bam- bini, poi ragazzi delle medie che in bi- cicletta si aspettavano e partivano al mattino verso il centro; poi improvvi- samente adolescenti con i loro pro- blemi e le loro intemperanze, e infi- ne, giovani, universitari e lavoratori, al- le prese con i primi grandi temi della vita, il lavoro, la ragazza, l’impegno politico. E quelli che erano allora gio- vani, ora sono papà e mamme con fi-
gli adolescenti. Un’esperienza umana bellissima, quella della parrocchia, che ti fa incrociare tutte le età della vi- ta, compresi i loro drammi, piccoli e grandi. Ecco, partendo, porterò con me i volti, le amicizie, le storie condi- vise, i cammini spirituali accompagna- ti. Tutto ciò mi fa un gran bene. Con grande sorpresa in questi giorni sono diversi quelli che prendono carta e penna (come si faceva una volta…) e mi scrivono: cose bellissime, testimo- nianza del fatto che bisogna sempli- cemente seminare, essere disponibili, ascoltare, essere partecipi della vita degli altri. Nulla va perduto della no- stra fatica apostolica. E – mi permetta di dirlo: chissà che qualche giovane non legga queste poche righe – la vi- ta sacerdotale e di parrocchia è una vita bellissima, che non ha eguali.

Con tutto questo penso che la par- rocchia ideale non esista. Io mi sono sempre considerato fortunato rispetto a tanti miei confratelli che vivono in realtà più difficili, ma non penso che vi sia una comunità ideale. Dico certa- mente cose scontate, per Lei (pratica- mente coetaneo e con uguale espe- rienza ventennale di parrocchia, se ho letto bene) ovvero: la parrocchia ha una sua tipicità rispetto a gruppi e
movimenti. In parrocchia non ci si sceglie, la parrocchia ha una sua feria- lità che ti sottrae a idealismi da rivista o manuali. Ogni parrocchia ha la sua storia, le sue peculiarità che la fanno unica, e anche le sue fragilità. Ciò che conta è – per tutti – sentirsi parte di una comunità, cominciando ad esser- ci nei momenti fondamentali, senten- dosi parte di un corpo dove ognuno può e deve essere qualcuno e dare il suo apporto. In una parola, se ci si vuole bene, poi il resto viene. E que- sto vale anche per la realtà più gran- de, la diocesi. Quindi: Cosa mi aspet- to? Difficile dirlo. Per me è un’espe- rienza nuova che mi chiede una con- versione totale. Ma se ci vorremo be- ne, come del resto chiede il vangelo a quelli che vogliono essere di Gesù, e desidereremo il bene, tutto il resto verrà di conseguenza.

Quanto ai miei sentimenti, in que- sti giorni: sono gli stessi delle persone che incontro, ovvero stupore (non mi viene altro termine) per una chiamata inaspettata e grande dal punto di vista spirituale, e un po’ di magone, ovvero tanta, tanta emozione, che si rinnova ogni volta che qualcuno mi ferma e mi saluta, oppure nelle cele- brazioni di queste domeniche che avverto cariche di tanti sguardi e inter- rogativi. Ma mi appresto a venire anche con tanta serenità, nella certez- za di aver detto semplicemente sì a una chiamata, senza calcoli, senza sapere praticamente nulla della Chiesa di Mondovì e della vostra terra, dei suoi preti e della sua gente, ben conoscendo le difficoltà della pastorale oggi, e fidandomi totalmen- te del Signore.

E concludo, mentre avverto che mi sono lasciato prendere un po’ troppo la mano.
Rinnovo il mio grazie a Lei per il suo scritto, mentre Le chiedo di salu- tarmi tutti i suoi parrocchiani. Anch’io Le invio, a parte, il nostro bollettino parrocchiale, piccolo strumento per l’informazione e la riflessione di que- sta comunità. E così la condivisione diventa ancora più concreta.

Mi ricordi, ricordatemi al Signore in questi giorni di immediata preparazio- ne all’Ordinazione. Ne ho bisogno, perché, sia guardandomi indietro, sia guardando avanti nella mia militia Ch- risti, sento verissimo anche per me il verso finale di una poesia in cui Mario Luzi rammenta ciò che ha saputo compiere nella sua esperienza di sol- dato, e conclude: “Di più, non era opera mia soltanto”.
Un caro saluto.

don Egidio
Lodi, 27 ottobre 2017