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Myrhiàm di Nazareth

myriamL’immagine che vedete a lato si intitola L’Annunziata ed è opera del genio di Antonello da Messina. A mio parere costituisce una delle più belle raffigurazioni, non solo di Maria, ma dell’episodio dell’Annunciazione, cioè del momento in cui Maria fa la sua comparsa sulla scena dei Vangeli e della storia. Maria vi è raffigurata come una bella donna, velata secondo il costume orientale (come sono da noi, oggi, le donne arabe), il suo sguardo è fisso, come attratto da qualcosa di insolito, la mano sinistra chiude con delicatezza, in un moto che pare di pudore, il velo, la mano destra si protende in avanti, come a dire: “Un momento, aspetta un attimo, non ho capito bene”. Qualcuno potrà obiettare: “Però, in questa Annunciazione manca l’angelo!”. Appunto, manca l’angelo! Proprio per questa mancanza la tela è stupenda Proprio in questa mancanza si esprime la genialata dell’autore: dipingere un’Annunciazione senza l’annunciante, l’angelo statico e inginocchiato davanti alla Vergine, come nel Beato Angelico, energico e pronto al movimento, come ad esempio in Lorenzo Lotto. Aver dipinto solo il volto della Vergine meglio rispetta e maggiormente lascia avvolto nel mistero il grande attimo della storia nel quale il Verbo di Dio si fa carne nel grembo della donna di Nazareth. La rappresentazione, infatti, non risolve troppo facilmente quell’istante facendo uso di immagini umane, sovente troppo umane, della figura alata. Di certo, quel giorno, Maria non ha visto un angelo “in carne ed ossa”, come lo immaginiamo noi, fornito di poderose ali, come la lunga storia dell’arte e delle raffigurazioni popolari ce lo hanno trasmesso. Non potendo quasi fare altrimenti, e fornendoci comunque autentici capolavori.
Questi particolari o meglio queste assenze ci aiutano a riportare Maria alla sua concreta umanità di giovane donna di Nazareth, un insignificante e comunque malfamato borgo della Galilea (“Cosa mai può venire di buono da Nazareth?”, si dirà per contestare Gesù!). Al momento dell’annunciazione Maria è così giovane da esser poco più di una ragazza. Maria, Myrhiàm in ebraico, Mary m in aramaico e in arabo, nome che forse significa “signora delle acque del mare”, avrà avuto allora una quindicina d’anni, forse meno (dodici?) e, come si usava a quel tempo, era stata promessa sposa ad un uomo di nome Yosef, Giuseppe. Promessa sposa, perché non ci si sposava per amore, così come sembra accadere oggi. I matrimoni erano combinati tra famiglie e Myrhiàm era stata promessa non ad un compaesano, un galileo verace, ma ad uno straniero, a Joseph, che veniva da sud, dalla Giudea di Betlemme. Un giudeo immigrato fra le colline galilaiche chissà perché, chissà come, chissà quando. Aveva un lavoro, certo, Joseph, una buona reputazione, ma era pur sempre uno straniero.
Oltre ad essere combinati tra famiglie, i matrimoni ebraici erano assai complessi nel loro svolgimento e non venivano celebrati tutti d’un colpo. La prima parte era celebrata presso l’abitazione della sposa, la seconda presso la casa dello sposo. L’intervallo fra i due momenti poteva durare anche un anno, anche se dopo il primo evento i due erano già marito e moglie. Però ancora senza convivenza. Quando Myrhiàm riceve l’annuncio di Gavri el (= potenza di Dio) lei e Yosef si trovano esattamente nel tempo intermedio, praticamente già sposi, ed è questo fatto che renderà complicate le cose, fino a far ipotizzare a Joseph di ripudiarla in segreto. Myrhiàm, infatti, non potrà mostrarsi come resa gravida da Joseph, in quanto i due, vivendo ciascuno a casa propria, non potevano ancora avere rapporti sessuali. Inoltre se la donna li aveva avuti con altri era già considerata non ragazza madre ma adultera, destinata alla lapidazione.
Anche per questo Myrhiàm, che ben conosce la situazione in cui sarebbe poi venuta a trovarsi, dicendo di sì alla richiesta del messaggero di Dio, compie non solo un atto di fede, ma pure un atto di grande coraggio. Un coraggio fuori dal comune. In due sensi. Innanzitutto perché decide da sola. Decide da sola in una società nella quale la donna, almeno per le decisioni più importanti, doveva sempre chiedere il permesso o al padre o al marito. Myrhiàm non chiede nessun permesso a nessuno. Decide lei e decide immediatamente. In seconda battuta perché mostra di non avere paura delle dicerie della gente, dei mormorii dei compaesani, che avranno tutto il tempo e il materiale necessario per chiacchierare e ironizzare. Agli occhi della gente apparirà come una disobbediente alla legge divina, una traditrice della promessa fatta a Yosef, insomma una poco di buono. Chi fra le donne che si trovavano puntualmente al lavatoio del villaggio e che, fra il lavaggio di un panno e l’altro, spettegolavano in libertà, avrebbe mai potuto credere alla storia dell’angelo nunziante? Chi avrebbe potuto dar credito alla favola dello Spirito Santo sceso su di lei per renderla gravida del Figlio di Dio? L’avesse raccontate a qualcun altro quelle storie che non stavano né in cielo né in terra. Le avesse raccontate a qualcun altro, lei che sembrava la santerellina del paese, “tutta casa e chiesa” (se mai le chiese fossero già esistite!). Loro sì che se ne intendevano di amori e di tradimenti, di figli legittimi e di figli illegittimi. L’unico dubbio riguardava il padre della creatura che Myrhiàm portava in grembo. Chi sarà mai stato ad approfittare della disponibilità della mocciosa?
Forse anche per questo motivo Myrhiàm non dovette essere troppo scontenta di andare lontano da casa, a trovare la cugina Elisabetta, anche lei in attesa di una creatura. Mica glielo aveva detto Gabriele di far fagotto e partire! Pure in questa scelta Myrhiàm si mostra determinata e piena di coraggio. Per raggiungere Elisabetta intraprende, infatti, un viaggio lungo almeno un paio di settimane e senza comodità di mezzi, visti i tempi. E nemmeno sembra prendere la strada più facile, quella delle carovane, che correva lungo la vallata del Giordano. Troppa gente viaggiava lungo il fiume simbolo di Israele, troppi sguardi, anche lì il rischio di troppi pettegolezzi. Come dice il racconto, Myrhiàm parte dirigendosi “verso la montagna”, probabilmente passando fra i monti della Samaria. E al ritorno, gravida ormai da più mesi, deve aver fatto altrettanto.
Appare chiaro allora che, per mille ragioni, la gravidanza di Myrhiàm di Nazareth non è stata facile. Anzi, il contrario. Fra sguardi ironici, mezzi sorrisi, parole sussurrate, viaggi impegnativi, tutto deve essere stato faticoso, sia psicologicamente che fisicamente. E prima di tutto c’era stato bisogno di convincere Giuseppe. Non l’aveva certo presa bene, lo sposo, la notizia della gravidanza. I dubbi e i sospetti gli erano immediatamente frullati in testa, visto che aveva seriamente pensato di ripudiarla, lasciandola sola con quel figlio di chissachì! Chissà quante lacrime aveva dovuto versare, Myrhiàm, per convincere quel sant’uomo, perché Yosef era proprio un sant’uomo, “giusto” come lo definisce l’evangelista Luca, che le cose erano andate esattamente come lei gliele raccontava. Per convincerlo di non essere né una traditrice, né una fantasiosa bugiarda. Poi, per fortuna, c’era stato il sogno e Yosef finalmente si era convinto ad andare avanti con lei, facendosi vittima dei lazzi dei nazaretani.
D’altra parte non era stato facile nemmeno per lei dire di sì al messaggero divino. “Come può accadere questo, se non ho ancora toccato un uomo?”, domanda. E il messaggero è costretto a incoraggiarla: “Non temere Myrhiàm”. Almeno per un istante Myrhiàm si sarà chiesta se quella che stava vivendo non era un’illusione, se non si stava sbagliando, se non stava prendendo un abbaglio, lei, ragazza di Nazareth appena un po’ cresciuta, che nulla sapeva di Bibbia e di teologia, lei che non era mai uscita da quel grumo di case adagiato sul pendio di una collina di Galilea. In pochi istanti Myrhiàm aveva dovuto cacciare via ogni dubbio e ogni resistenza. Certo aiutata dall’Altissimo, ma pur sempre chiamata a mettere in gioco la sua libertà. Lo canterà più avanti nel Magnificat, tutto questo. Da un lato affermando che “grandi cose ha fatto in me l’Onnipotente”, dall’altro proclamando che l’Altissimo “ha guardato alla piccolezza (tapinità, traduce don Fausti) della sua serva”.
Incrollabile fiducia in Dio, prontezza di decisione, coraggio nelle scelte, perseveranza in esse. Ecco le virtù della giovane Myrhiàm di Nazareth. Virtù e vicende attraversate che ce la fanno sentire più donna e meno “madonna”, vicina, anzi vicinissima, “donna dei nostri giorni”, secondo la bellissima definizione di mons. Tonino Bello. Donna concreta. Sentendola così la preghiamo, in questo mese di maggio e non solo, in chiesa, nel quartiere, nelle nostre case.
don Giampaolo