Author Archives: A.Servetti

Festa Patronale 2019

Tra l’11 e il 16 giugno ritorna la Festa Patronale che ci invita a raccoglierci prima di tutto nella fede in riferimento al Sacro Cuore di Gesù, ma anche nella condivisione e nella festa.

La festa liturgica

Triduo di preparazione: 11-12-13 giugno

  • Tema: Gesù e il discorso della montagna, predicato del parroco don Beppe Viglione
  • ore 17.30: Adorazione eucaristica animata
  • ore 18.30: Santa messa con omelia

Solennità del Sacro Cuore: venerdì 14 giugno

  • ore 9: Celebrazione eucaristica (al termine adorazione continuata)
  • ore 18.30: Solenne celebrazione eucaristica presieduta dal vescovo mons. Egidio Miragoli

Insieme per far festa

I festeggiamenti avranno luogo presso il parco Luca Comino, in via del Risorgimento, con il seguente programma:

Venerdì 14 giugno

  • dalle ore 15.00 festa per bambini e ragazzi dell’Oratorio
  • alle 19.30 momento conviviale per bambini e ragazzi dell’Oratorio (a cura della COAR)

Sabato 15 giugno:

  • dalle ore 17.30 alle 18.15, in chiesa, concerto del Coro inter-parrocchiale “Pacem in Terris” di Cuneo

Domenica 16 giugno:

  • ore 19.30 gran polentata in Oratorio (a cura della COAR).

 

Saluto di don Giampaolo

Carissimi parrocchianiScreenshot 2019-01-06 at 09.43.53,

con tutto il dovuto rispetto, mi sembra di trovarmi un po’ nella situazione in cui si è trovato secoli fa Gesù, in un sabato nella sinagoga di Cafarnao, dopo aver letto il brano dal rotolo di Isaia.

L’evangelista Luca annota: “Gli occhi di tutti erano puntati su di lui”. E, penso, non solo gli occhi, certamente anche le orecchie e l’attenzione della mente: “Adesso, cosa dirà?”. È ovvio, ed è scontato che in questo momento le cose da dire sarebbero tante, tantissime. Occorre però scegliere.  Allora scelgo partendo dal 16 Luglio scorso, il giorno in cui il Vescovo è venuto in canonica achiedermi la disponibilità per il trasferimento a Villanova. Al termine del colloquio nell’ufficio parrocchiale mons. Miragoli mi ha dato due giorni di tempo per dirgli di “sì” e mi ha chiesto di dirglielo attraverso una lettera. Lettera che ho puntualmente scritto e che nelle prime righe conteneva, fra le altre, queste parole: “A mente fredda mi rendo meglio conto che lasciare il Sacro Cuore dopo ventun anni di servizio pastorale non significa solo lasciare un luogo e un territorio, ma dei volti, dei nomi, dei legami costruiti nel tempo, dei compagni di viaggio, delle situazioni. Volti diventati cari, legami fattisi forti”. Si tratta di volti dietro ai quali si nascondono tante storie, tante situazioni, alcune felici, altre problematiche, altre dolenti. Sono volti, i vostri volti, che poco per volta ho imparato a conoscere e ad apprezzare, volti con i quali ho fraternizzato e ho camminato, crescendo insieme, maturando insieme, invecchiando anche un po’ insieme. Alcuni di questi volti non sono più qui con noi, o meglio sono con noi ma altrove, nella comunione dei santi, in Paradiso. Non vorrei dimenticarli, i volti del paradiso. Alcuni molto cari. Nei miei ventun anni di servizio all’Altipiano ne ho salutati ben 1.183! 

Ventun anni sono tanti, davvero tanti.  Quando ero ragazzo a ventun anni si diventava maggiorenni. Io, come parroco, sono diventato maggiorenne nei ventun anni vissuti qui e condivisi con voi. Perché con voi e grazie a voi ho imparato a fare il parroco. Quando sono arrivato qui, nell’ormai lontano Giugno 1997, addirittura nel secolo e nel millennio scorso, come sacerdote avevo alle spalle diciotto mesi come viceparroco a Torino, cinque anni come studente-lavoratore a Roma, dieci anni di guida del Seminario diocesano a Mondovì Piazza e di docente a Fossano. Esperienze pastorali, quelle vissute a Torino e Roma, in situazioni diversissime rispetto a Mondovì, e un’attività tutta particolare com’è quella della responsabilità di un Seminario e dell’insegnamento. Come parroco cominciavo da zero o quasi. Per questo gli anni iniziali non sono stati sempre facili.  Anche perché quella del Sacro Cuore all’Altipiano, lo sappiamo, non è una realtà così facile ed è una parrocchia piuttosto esigente. In questi ventun anni credo di aver fatto cose buone, altre certamente meno buone. Come capita a tutti ho commesso anche degli errori, forse ho pure offeso o fatto star male qualcuno, della qual cosa mi scuso e chiedo sinceramente perdono.  Però una certezza la porto con me, assieme a tutti i vostri volti: la certezza di aver amato questa parrocchia, soprattutto di aver amato le persone che la compongono, residenti o no sul territorio. E di aver cercato, come ne sono stato capace, di servirla e di servirvi, conformandomi alla richiesta formulata da Gesù nel Vangelo di oggi: “Chi vuol diventare grande fra voi sarà il servo di tutti”. Con lo stesso spirito di servizio ora vado a Villanova, e ci vado meglio attrezzato per fare il parroco. Però non vi dimentico e vi porto sinceramente in cuore, tutti quanti, nessuno escluso. Porto in cuore i volti bellissimi dei bambini, quelli promettenti dei ragazzi, quelli dei giovanissimi e dei giovani. Porto in cuore il volto con più rughe degli adulti, delle famiglie, quello un po’ cambiato dagli anni degli anziani, che sento sempre più vicini perché ormai anch’io ho già messo un mezzo piede almeno nella “terza età”. Portandovi in cuore ringrazio tutti, in particolare coloro che in questi lunghi anni hanno prestato con generosità e disponibilità, a volte in modo più evidente, altre volte stando umilmente nell’ombra, la loro preziosa opera al servizio della Parrocchia. La parrocchia funziona non solo perché c’è un parroco, ma perché ci sono loro! 

Il grazie va anche, con riconoscenza, a tutti i sacerdoti che, in questi anni, in vario modo e a diverso titolo, hanno collaborato con me. Alcuni sono già in cielo e di là ci guardano, amandoci più di prima: don Ravera, don Cappellino, don Crosetti, don Cugnod. Altri sono operativi altrove, nel vasto campo della vigna del Signore: don Duilio Albarello, don Paolo Roà, don “Pucci”. Un paio sono qui oggi: don Federico che continuerà ad operare con i giovani e l’intramontabile don Mario, che per chissà quan- ti anni sarà ancora con voi, scattante ed entusiasta come sempre. Grazie di cuore. 

Se da oggi per me cominciano gli ultimi giorni del trasloco, per voi inizia l’attesa per il nuovo parroco. Capisco il dispiacere, in molti il dolore per la nostra separazione.  Capisco l’incredulità, la fatica di capire da parte di tanti, capisco le lacrime. Proprio l’altro ieri (siccome ne ho pochi!), ho comprato un libro scritto da una suora psicoterapeuta francese, Anne Lecu che si intitola così: “Il senso delle lacrime”. Mi sarà di aiuto. Però, dopo le lacrime, ritrovate la tranquillità, convinti che dal seme che cade in terra e muore nascono nuovi e abbondanti frutti. Il nuovo parroco, don Beppe, è un bravissimo sacerdote, intelligente, colto, preparato. So che venendo in questa comunità ha il cuore abitato da un po’ di timore. Mi raccomando: accoglietelo bene, a partire dal prossimo 3 Novembre. Fatelo sentire subito a casa, aiutatelo ad inserirsi e a capire come gira la baracca. E continuate il bel cammino con lui, al seguito di Gesù, che non si trasferisce mai ed è sempre fedelmente presente. Io cercherò di darvi ancora una mano, pregando per voi dalle mie nuove parrocchie in quel di Villanova.

Don Giampaolo

Omelia del 20.05.2018 – Pentecoste (B)

È sempre Pentecoste
Vorrei invitarvi a guardare per qualche istante le composizioni floreali che abbelliscono oggi il nostro presbiterio. Cosa notiamo? Notiamo che da una grande quantità di fiori bianchi, eredità delle precedenti domeniche di Pasqua, spuntano alcuni bei garofani rossi, messi lì appositamente per la solennità che celebriamo oggi, la Pentecoste!
Queste composizioni fotografano proprio bene tale solennità. Dal bianco della Pasqua emerge il rosso della Pentecoste! Il rosso dello Spirito Santo! Infatti, lo Spirito Santo è il dono fatto alla Chiesa e ai cristiani da Gesù risorto. Un dono fatto a cominciare dalla sera stessa di Pasqua, nel cenacolo. Ricordiamo il racconto: “Detto questo, soffiò e disse loro: Ricevete lo Spirito Santo…”. Un dono che poi si è rinnovato con straordinaria abbondanza nel giorno di Pentecoste. Prima lettura di oggi.

In uno dei Prefazi del Tempo Pasquale, cioè in uno di quei testi che il sacerdote recita prima del canto del Santo, troviamo scritto, riguardo a Gesù: “Entrato una volta per sempre nel santuario dei cieli, egli intercede per noi, mediatore e garante della perenne effusione dello Spirito”.
“Perenne effusione dello Spirito”: significa che dall’Ascensione in poi lo Spirito Santo viene continuamente dato alla Chiesa e ai credenti. Per questo nel credo possiamo dire: “Credo la Chiesa una, santa…”. La Chiesa non è santa perché sono bravi e santi coloro che la compongono, cioè noi, ma perché è sempre abitata e animata dalla presenza dello Spirito, che è Santo.
Oggi dunque noi non celebriamo un evento che sta nel passato, relegato sui libri di storia, bensì un evento attuale, a noi contemporaneo. Possiamo dire che oggi è Pentecoste, ma che anche ieri era Pentecoste, che anche domani e dopodomani sarà Pentecoste. E così via. La storia della Chiesa in fondo non è altro che una lunga storia di Pentecoste. E se la Chiesa è ancora viva e presente dopo duemila anni di storia, malgrado i peccati di tanti e i suoi numerosi errori, è perché è assistita e animata dallo Spirto Santo.
Che non dobbiamo cercare chissà dove, in chissà quali strane manifestazioni. Le vie attraverso le quali il Signore Gesù dona alla Chiesa e a noi lo Spirito Santo sono le vie più ordinarie. Nel giorno del Battesimo abbiamo ricevuto lo Spirito Santo. Nel giorno della Cresima abbiamo ricevuto lo Spirito Santo. Ma lo riceviamo anche ogni volta in cui ci confessiamo. State attenti alla formula di assoluzione, lo afferma esplicitamente. Lo riceviamo ogni volta che ci accostiamo all’Eucaristia, facendo la comunione. Chi si è sposato lo ha ricevuto con il sacramento del matrimonio. Chi è stato ordinato diacono, prete, vescovo, la ha ricevuto con l’ordinazione. Anche quando lo invochiamo con fede il Signore ce lo dona.
Una domanda: “A cosa serve lo Spirito Santo?”. A tante cose. Fra le tante ci sono quelle evidenziate oggi dai testi biblici. Il Vangelo ci ha ricordato che lo Spirito Santo ci aiuta a comprendere la Verità, cioè Gesù Cristo, che è la Verità in persona, e le sue parole. E già sarebbe tantissimo. San Paolo invece ci ha detto che serve per la vita buona, perché suscita in noi amore, gioia, benevolenza, bontà, pace, fedeltà, mitezza, dominio di sé. Un elenco che non vuole essere esaustivo. Che noi potremmo anche completare con altri frutti buoni.
In ogni caso: si dice che “l’aberro si conosce dai frutti”. Allora là dove noi vediamo i frutti elencati da san Paolo significa che lì è in azione lo Spirito Santo. Ma significa anche che lì gli uomini e le donne non gli chiudono la porta in faccia, ma lo accolgono e lo lasciano lavorare. Chiediamo il dono accoglierlo e di lasciarlo lavorare anche noi, per crescere nella conoscenza di Gesù e per produrre sempre pure noi i frutti della vita buona.

I miracoli di Gesù

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Per il corso biblico autunnale il tema è “Leggere e capire e miracoli di Gesù”. Dopo l’anno dedicato agli incontri di Gesù con le persone continuiamo il cammino soffermandoci su una delle azioni più importanti di Gesù, quelle che noi chiamiamo i miracoli. Cosa sono? Come vanno letti? Cosa possono dire a noi oggi? Un’occasione unica per apprezzarli e gustarli.

Programma del corso:

  • LUNEDÌ 1 OTTOBRE Cosa sono i miracoli? I primi miracoli (Lc 4,31ss)
    Anima l’incontro il biblista Angelo Fracchia LUNEDÌ
  • 8 OTTOBRE Resurrezione del figlio della vedova di Nain (Lc 7,11-17)
    Anima l’incontro la teologa Sonia Ristorto
  • LUNEDÌ 15 OTTOBRE Guarigione emorroissa e figlia di Giairo (Lc 8,40-59)
    Anima l’incontro don Giampaolo Laugero, parroco
  • LUNEDÌ 22 OTTOBRE Il cieco di Gerico (Lc 18,35-43)
    Anima l’incontro don Federico Boetti, licenziando in Sacra Scrittura

Come sempre per favorire la partecipazione proponiamo due orari: 16.30 e 21 (inizio puntuale) sempre nel “Salone don Bellisio”.

Cambia il Parroco

Don Giampaolo è stato nominato parroco delle Parrocchie di San Lorenzo e Santa Caterina, in quel di Villanova Mondovì. Al Sacro Cuore arriva come suo sostituto don Giuseppe Viglione, attualmente pastore di San Michele Mondovì. Il Vescovo, monsignor Egidio, ha deciso una serie di spostamenti motivati dalla necessità di sistemare alcune situazioni di parrocchie consistenti con il parroco dimissionario.

Chi è il nuovo Parroco?

Screen Shot 2018-09-30 at 18.19.05Don (Giuseppe) Beppe Viglione (nella foto) è nato a Roascio il 30 gennaio del 1953. Ha dunque 65 anni, ed è sacerdote dal 1977. Dopo gli studi di teologia presso lo Studio Teologico Interdiocesano di Fossano ha conseguito la licenza in Teologia Morale presso la Facoltà Teologica dell’Italia Settentrionale con sede a Milano. I primi anni di ministero sacerdotale li ha trascorsi come viceparroco a Carrù, quindi è stato parroco a Margarita e ai Trucchi di Morozzo. Nel 1998 è stato nominato parroco di San Michele Mondovì succedendo a don Candido Borsarelli. Attualmente è anche moderatore dell’Unità pastorale della Val Corsaglia e Amministratore delle varie parrocchie della stessa valle, rimaste vacanti dopo la prematura morte di don Leopoldo Trentin. Ricopre anche l’incarico di Assistente diocesano di Azione Cattolica e fa parte del Consiglio Presbiterale della Diocesi e della Commissione per la formazione del clero.

Le date dei saluti e degli ingressi

Per quanto riguarda il Sacro Cuore ecco le domeniche interessate:

  • il saluto a don Giampaolo verrà dato domenica 21 ottobre durante la Messa delle 10.30. Da parte sua don Giampaolo farà il suo ingresso nelle parrocchie di Villanova Mondovì, San Lorenzo e Santa Caterina, sabato 27 ottobre alle ore 18.
  • Don Giuseppe (Beppe) Viglione farà il suo ingresso al Sacro Cuore sabato 3 novembre alle ore 18. Si intende sempre durante la Celebrazione Eucaristica.

Agli ingressi, nella prima parte della celebrazione, sarà presente per il Vescovo, monsignor Egidio.

Omelia del 15.04.2018 – III di Pasqua (B)

I segni dell’amore non spariscono mai

“Non sono un fantasma”, dice Gesù ai discepoli sconvolti e impauriti per la sua improvvisa apparizione. E aggiunge: “Sono io in carne ed ossa”. I discepoli però non credono ancora. Perciò Gesù chiede e consuma un trancio di pesce arrostito. A quel punto i discepoli si arrendono e credono, perché i fantasmi non mangiano e non bevono.

C’è però un altro particolare sul quale vorrei attirare la vostra attenzione, perché torna in molte delle apparizioni di Gesù risorto. Gesù invita sovente a guardare alle sue mani e ai suoi piedi, anche nel testo letto questa sera: “Guardate le mie mani e i miei piedi: sono proprio io”. Non invita a guardare al suo volto, come facciamo noi quando vogliamo farci riconoscere da qualcuno o quando presentiamo la carta di identità o il passaporto, là dove c’è la fotografia della nostra bella faccia. No, sulla carta di identità del Risorto non c’è il volto, ci sono le sue mani e i suoi piedi.

Facile intuirne il motivo: su quelle mani e su quei piedi sono presenti i segni dei chiodi, sono incise e ben visibili le ferite del crocifisso. La cosa può anche sembrare strana. Tutto il corpo di Gesù è trasfigurato, Gesù vive di una vita nuova, tantoché i discepoli addirittura non lo riconoscono, ma le cicatrici dei chiodi sono ancora lì e sono ben visibili.

Siccome quello è il Gesù Risorto, ormai entrato nella vita di Dio, seduto alla destra del Padre, ciò significa che quelle cicatrici rimarranno in lui per sempre, in eterno. Gesù è nella gloria ma anche nella gloria porta i segni della sua morte in croce.

Perché? Cosa vuol dire questo? Vuol dire una cosa molto semplice, ma molto bella e molto importante. Quelle ferite rimangono non perché sono il segno della sofferenza. I segni della sofferenza per fortuna scompaiono, vengono cancellati. Le ferite sulle mani e sui piedi di Gesù, e possiamo aggiungere anche quella sul costato, rimangono perché sono i segni dell’amore. Sono sì i segni della sofferenza ma della sofferenza conseguente ad una vita donata. Sono i segni del bene che ci ha voluto Gesù. I segni di dove è arrivato il suo volerci bene. I segni dell’amore e del bene non scompaiono. Non rimangono nel passato. Soni sempre presenti.

E questo non vale solo per Gesù, vale anche per noi. Anche per noi i segni delle cose buone che facciamo, dei gesti d’amore che compiamo, del bene che vogliamo, della generosità che pratichiamo, del perdono che doniamo, non scompaiono. Rimangono per sempre, rimangono nella nostra vita. Rimangono perché sono mantenuti da Dio stesso.

Chiediamoci: “Chi ha risuscitato Gesù? Chi, risuscitandolo, ha conservato i segni dei chiodi nelle sue mani e nei suoi piedi? Chi poteva cancellarli e non lo ha fatto?”. La risposta è una sola: Dio Padre. Lo abbiamo sentito proclamare con forza oggi da Pietro nella lettura degli Atti degli Apostoli: “Avete ucciso l’autore della vita, ma Dio l’ha risuscitato dai morti”.

Dio Padre ha risuscitato Gesù ma non ha cancellato i segni dell’amore, anzi li ha custoditi come un prezioso tesoro. Nello stesso modo custodirà anche i segni del nostro amore. Questa certezza che oggi ci viene dal Crocifisso Risorto ci dia ulteriore entusiasmo nel compiere con le nostre mani, con i nostri piedi, con i nostri cuori, gesti di amore e di generosità. Anche se costano, come sono costati a Gesù.

Festa Memoria del Battesimo (25 marzo 17:00)

Screen Shot 2018-03-19 at 17.57.55Nuova impostazione della pastorale post-battesimale. Ai bambini da zero a sei anni (ovviamente anche ai loro genitori!) viene proposto un solo grande appuntamento annuale, la domenica delle palme, che quest’anno cade il 25 marzo. Una data più accessibile rispetto al freddo mese di gennaio quando era fissata la tradizionale festa della “memoria del battesimo”. Anche il programma è stato rivisto e le forze in campo per preparare l’appuntamento sono cresciute.

Si annuncia una gran pomeriggio di festa al quale invitiamo calorosamente a partecipare.

Ecco la scaletta dell’appuntamento:
• Inizio ore 17.00
• A seguire: attività genitori e bambini separati
• Ore 18.30: preghiera insieme
• Ore 19.00: merenda sinoira

Una indicazione pratica per la cena, organizziamo che ognuno porta qualcosa, vi invitiamo quindi a segnalare la vostra partecipazione e a comunicare cosa porterete per organizzarci meglio entro martedì 20 marzo facendo riferimento ad Elisa (cell. 33345679777).

Riprendiamoci la Domenica

Logo-Giorno-del-Signore-colori-1024x640Quando qualcuno – leggasi Rivolu- zione francese – ha voluto provare ad eliminare il cristianesimo dal proprio territorio cos’ha fatto? La cosa più semplice di questo mondo: ho abolito il calendario settimanale, centrato sulla Domenica, sostituendolo con un nuo- vo calendario denominato “decadario” perché basato non più su sette ma sui dieci giorni. Se i mesi assumevano i nomi dalle diverse stagioni (nevoso, vendemmiaio, fruttidodro…) i giorni della razionale decina diventavano: pri- midì, duodì, tridì… e via dicendo. Così, d’incanto, spariva la Domenica, come sparivano le varie solennità, feste e memorie dei santi, sostituite dalle ri- correnze degli eventi rivoluzionari. La gente dei villaggi e delle campagne francesi, a cui poco interessava delle idee filosofiche alla base della Rivolu- zione e dei contrasti politici parigini, veniva direttamente toccata dal nuovo corso, perché chiamata improvvisa- mente a cambiare le proprie abitudini: non più la festa Domenicale, le cam- pane con i loro rintocchi, la Messa nel- le chiese parrocchiali e nelle cappelle
rurali, ma appuntamenti nel decimo giorno della decade. Secondo i rivolu- zionari nel giro di pochi anni il cristia- nesimo si sarebbe dissolto sostituito dal culto alla Dea Ragione o all’Essere Supremo. L’esperimento durò poco, perché gli eventi successivi fecero in- nestare ai politici d’oltralpe la retromar-cia, cosa che permise ai cristiani di Francia di ritrovare il “Giorno del Si- gnore”. Rimane però significativo il tentativo di far fuori in quattro e quat- tr’otto la Domenica cristiana. Ben sa- pendo che così si sarebbe inflitto al cristianesimo un colpo mortale.

La Domenica è, infatti, il giorno del- l’identità cristiana. È ciò che lungo lo scorrere normale e ripetitivo dei giorni distingue i discepoli di Cristo. Che pro- prio in quel giorno si incontrano per celebrare il loro più importante appun- tamento liturgico, l’Eucaristia, più po- polarmente “la Messa”. Certo si tratta di una definizione parziale, ma si può dire con ragione che il cristiano è colui che “va a Messa la Domenica”. Perché la Domenica è un giorno totalmente diverso dagli altri giorni. Un giorno che
non abbiamo inventato noi, come il lu- nedì, il martedì… il venerdì, ma che ha inventato Lui, il Signore Gesù “co- stringendo” i credenti in lui a festeg- giarlo. Lo ha inventato risorgendo “il giorno dopo il sabato”, apparendo ai discepoli “otto giorni dopo”, donando in quella che poi sarà la Domenica di Pentecoste lo Spirito Santo. Per questo fin dall’inizio i cristiani hanno comin- ciato a riunirsi proprio di Domenica, “il giorno del Signore”, e non altrimenti. Fino a dare la vita per difendere quella possibilità, come i martiri di Abitene, nell’attuale Tunisia, che nel 304 prefe- riscono farsi uccidere piuttosto che ri- nunciare all’appuntamento Domenica- le. E fino al 313, anno della libertà concessa da Licinio e Costantino, nel- l’impero romano quel giorno era un comune giorno lavorativo, per cui i cri- stiani si trovavano per celebrare l’Euca- ristia (la Messa) alla sera, dopo una fa- ticosa giornata di lavoro. Altroché “Messa comoda”!

Non c’è altro giorno, non c’è altra occasione, in cui i cristiani si incontra- no tutti insieme, piccoli e grandi, gio-vani e anziani, pensionati e lavoratori, più devoti e meno devoti, più santi e meno santi, per formare un’unica e variopinta assemblea. Non c’è altro ap- puntamento che possa rilevare così bene il volto di una comunità cristiana come la Messa della Domenica. Oc- corre anche aggiungere che se noi og- gi festeggiamo con grande solennità la Pasqua annuale, che ondeggia fra marzo ed aprile, per un bel po’ non fu così, perché la Pasqua annuale non esisteva ancora. Esisteva solo la “Pa- squa settimanale”, la Pasqua di ogni Domenica, perché ogni Domenica è Pasqua. Ogni Domenica noi celebria- mo il mistero di morte e risurrezione di Gesù, che si rende presente nella sua Parola e nel suo Corpo e Sangue: “Prendete e mangiate…”; “Prendete e bevete….”.

La Domenica è un giorno così im- portante che i cristiani hanno ricupera- to e inserito in essa anche altri aspetti prima vissuti altrimenti. Dall’ebraismo hanno ricuperato il significato del sa- bato, giorno di riposo e di festa fami- liare, così come hanno ricuperato il rapporto gratuito con il creato, per un giorno almeno non sfruttato ma godu- to. Così la Domenica è diventata un giorno ricchissimo di significati e di im- portanti contenuti. Non più soltanto un obbligo (“Ricordati di santificare le fe- ste”) ma una “necessità”: “Sine domi- nico non possumus”, cioè “Non pos- siamo vivere senza celebrare il giorno del Signore”, hanno risposto i martiri di Abitene al proconsole Anulino che li interrogava minacciandoli di morte. Che coerenza, che coraggio! E noi?

Noi oggi rischiamo di rimanere vitti- me inerti non della testimonianza co- raggiosa, ma dell’apatia indifferente di fronte al nuovo tentativo di rubarci la Domenica. Oggi non cadono più teste sotto la ghigliottina, non siamo più co- stretti a celebrare di nascosto, nei fie- nili o nelle cantine, come durante gli anni della Rivoluzione, non ci sono più i proconsoli che ci interrogano minac- ciandoci di morte se andiamo a Mes- sa. Oggi la ruberia della Domenica av- viene in modo più elegante. Avviene con gli enormi cartelli con su scritto “Aperti di Domenica”, avviene con l’in- vito a trascorrere ore nei nuovi templi delle grandi aree commerciali, avviene con l’infittirsi di sagre e fiere di ogni ti-po, riscoperte e rispolverate in chissà quale scantinato o inventate di sana pianta. Basta che la Domenica sia in qualche modo “sfruttata” e in qualche modo possa “rendere”!

Il venir meno del senso cristiano della Domenica, per tanti uomini e donne sta facendo diventare questo giorno quasi un giorno come gli altri sei della settimana, con ritmi stressanti di lavoro, un lavoro sempre in aumen- to, costringendo così all’attività lavorati- va domenicale sempre più persone. Come se questa fosse una conquista di civiltà. Lavoro, commercio, guada- gno, sono i nuovi Esseri Supremi, gli Dei della Ragione, al culto dei quali ci è chiesto sempre più di partecipare.

C’è dunque una battaglia da com- battere, a denti stretti, per riconquistare la Domenica come giorno che umaniz- za, che ci distingue dagli animali che non conoscono l’alternanza dei giorni feriali e di quelli festivi. Come giorno del riposo, della cura dei legami fami- liari e parentali, come giorno della pros- simità verso chi è malato, bisognoso, come giorno della carità, come “Giorno del Signore” e della cura del rapporto con Lui, come giorno della comunità,
quella comunità di cui abbiamo così tanto bisogno (vedi mio intervento sul numero scorso de l’Amico).

C’è una battaglia, anzi una guerra da combattere, contro i “ladri della Do- menica”, per difendere la nostra iden- tità cristiana. Non sono presunte lonta- ne radici, non sono proclami di ormai desuete millenarie “civiltà cristiane”, a garantire la persistenza della nostra fe- de. Lo è solo, ne sono convintissimo, la salvaguardia della Domenica come “Giorno del Signore” e a ruota come “Giorno dell’uomo”. Anche nel secolo che si è appena concluso, e ancora qua e là nel nostro, sotto i regimi ditta- toriali, anche i più terribili, cos’è che ha salvato la fede e l’esistenza cristiana? Il riuscire a trovarsi, con mille sotterfugi e incombenti rischi, per celebrare la Messa della Domenica. Quasi una pro- va della verità di quanto sto dicendo. Dovremmo pensarci un po’ su.

In questa battaglia/guerra, non vio- lenta ma fatta di resistenza di compor- tamenti e di scelte coraggiose, do- vremmo trovarci, se siamo cristiani, tutti quanti al fronte. Tutti, senza distin- zione di età e di sesso. In prima fila dovrebbero esserci i genitori con i loro bambini e ragazzi. Oggi i genitori, qua- si senza accorgersene, sono le vittime privilegiate dei “ladri della Domenica”, perché oggi da questo punto di vista sono i più deboli e indifesi, le vittime più facili da conquistare, vittime soven- te inconsapevoli. Si fa loro credere, subdolamente, che la Domenica cri- stiana non conta, che, vabbè, la Messa può esserci ma anche non esserci, che per la Messa manca sempre il tempo. Così si perde quella bella cosa, troppo sovente schernita, che è “l’abi- tudine”. L’abitudine è come un habi- tus (abito) che ci sta proprio bene ad- dosso, che ci fa sentire presentabili e a posto, che per questo mettiamo vo- lentieri. D’altra parte tutta quanta la nostra vita è fatta di “abitudini”. Senza le abitudini non potremmo vivere. Ri- cuperiamo allora l’abitudine alla Domenica cristiana e al suo impre- scindibile “cuore”, la Messa. Ce l’hanno rubata e non ci sono investiga- tori e forze dell’ordine che ce la pos- sono ricuperare da ladri che sono en- trati silenziosamente e furbescamente nella casa della nostra vita, facendo il loro mestiere. Noi, solo noi, possiamo ricuperarla. Facendo il “nostro mestie- re”. Coraggio! Buona “Pasqua settima- nale”!

don Giampaolo

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