“Quaresimavirus”: occasione di bene

Carissimi parrocchiani e amici del Sacro Cuore,
sto approfittando di questi giorni anche per prendere un po’ di dimestichezza con il web.
Comincio con un esperimento. Ho trovato interessante un articolo di Avvenire (di ieri) e mi sono permesso di incollarlo qui per renderlo disponibile a chi desiderasse leggerlo.
Se la cosa funziona, avremo avremo occasione di comunicare altre volte con questa modalità.
Colgo l’occasione per salutare tutti.
Il buon Dio non ci abbandona. Noi sosteniamoci a vicenda come fratelli.
don Beppe

L’assedio del male e le risposte

Una domanda vera e forte

Le chiese vuote di questa amara primavera, gli altari spogli, i tabernacoli serrati inducono un percepibile malessere fra i credenti “forti”, fra quanti aprono la giornata recitando le Lodi, o vanno alle Messe feriali, alle sette del mattino, prima del lavoro. Un popolo di Dio fedele, che vede nell’Eucarestia un indispensabile pane. C’è gente, e tanta, che nella sospensione delle Messe “con concerto di popolo” si è sentita deprivata di qualcosa di essenziale: quel corpo di Cristo, che la aiuta a portare la fatica quotidiana. Ci sono fedeli che si sono arrabbiati, e solo più tardi hanno capito le ragioni della Chiesa. Alcuni invece insistono con i sacerdoti perché celebrino messe “clandestine”, quasi fossero tornati i tempi della Rivoluzione francese, e forse per questo si sentono più cristiani e più coraggiosi degli altri.

Ma, e se questa Quaresima che quasi ovunque in Italia è cominciata senza il rito delle Ceneri, senza il “Memento quia pulvis es…” – da cui usciamo, in tanti, scrollandoci veloci dai capelli la cenere e i relativi sgradevoli pensieri – fosse una domanda che ci viene posta? I più fedeli di quei credenti in sofferenza sono abituati a seguire i digiuni e gli esercizi e le Via Crucis della Quaresima, percorrendo una strada conosciuta e in fondo cara. E se la vera Quaresima che ci viene chiesta in questo marzo fosse proprio l’abbandono della via consueta, e il lasciarci condurre per sentieri sconosciuti, faticosi, per alcuni drammatici; dentro città irriconoscibili, fra familiari e amici sgomenti? Non sa forse un poco di Quaresima restare in coda per ore davanti a un supermercato, per gente abituata a entrare da padrona in enormi centri commerciali dove la merce sovrabbondante ci viene quasi buttata addosso? Non sono una mai vista Quaresima le nostre strade assurdamente mute, senza un caffè dove si giochi a carte o si beva un bianchino, e i cortili delle scuole desolati e vuoti, all’ora della ricreazione?

Il tempo di meditazione e povertà che prepara alla Pasqua nei giorni di malattia, isolamento e paura del coronavirus sembra materialmente incarnato: oltre le pure buone abitudini, oltre ciò cui siamo abituati. Pare che tutt’altro ci venga chiesto, quest’anno, da un Dio che alcuni dicono di sentire “lontano”: e invece forse è estremamente vicino. Senza bisogno di cercarlo in Messe “segrete”. La cappa del virus che si allarga non è un segno, un invito forte e brusco a fermarci? A guardare la faccia del vecchio della porta accanto magari per la prima volta, a dargli una mano? Gli infermieri dei reparti di rianimazione ripetono in tv che non potranno scordare gli occhi di malati strappati in un giorno alla loro vita consueta, non potranno scordare la domanda muta di quegli occhi. Non è profonda Quaresima, forse, lasciarsi interrogare da quegli sguardi, e ricordarci del desiderio che abita nel fondo degli uomini? Censurato, immenso desiderio, di cui ci insegnano fin da ragazzi a non parlare (Rilke: «E tutto cospira a tacere di noi, come si tace un’onta, come si tace una speranza indicibile»).

Poche mesi fa i siti web dei quotidiani italiani aprivano il notiziario con Morgan che, a Sanremo, litigava con il collega Bugo. Intanto i social erano un fiume in piena di haters, di “odiatori”, quelli che insultano tutti, forti dell’anonimato. L’Italia era nelle condizioni economiche che ben conosciamo, con la consueta disoccupazione giovanile alle stelle, e sulle rive orientali e meridionali del Mediterraneo proseguiva il normale massacro di migranti, mentre sui muri degli ignoti scrivevano “sporchi ebrei” o “sporchi negri”. Tuttavia, l’Italia sembrava ipnotizzata da quei due, a Sanremo, che litigavano – se poi era vero.

Quanto è lontana da allora l’Italia di oggi, con medici e infermieri stremati in corsia, e vecchi che soffrono (e muoiono) da soli, implorando chi passa loro vicino di mandare un messaggio col cellulare ai figli.

Quanto è lontana l’ansia di chi trema per una persona cara, nel rimpianto magari di non esserle stata, prima, abbastanza vicina. E anche per la stragrande maggioranza di noi, costretta in casa, smarrita, preoccupata per il futuro, non cambia la concezione del tempo, la riflessione sul tempo e il suo senso? Non scoprono forse, tanti adolescenti, che felicità non è scuole chiuse e chattare sul divano, e che manca invece l’amico e perfino il professore: che manca l’altro, in funzione del quale, e non per noi soli, viviamo?
«Ci organizziamo il domani nei nostri pensieri ma poi tutto va in modo diverso, molto diverso», scriveva a 26 anni Etty Hillesum, ebrea olandese dal campo nazista di Westerbork. Anche noi, speriamo meno tragicamente, ci troviamo di fronte agli inimmaginati sentieri di una dolorosa Quaresima. Vorremmo ritrovare quelli, ben noti, di sempre. Eppure, se questo buio marzo fosse un’occasione? Non certo castigo, come gridano alcuni, ma domanda forte. Di verità su ciò che siamo, e di amore fra noi.

Marina Corradi, Avvenire, sabato 14 marzo 2020