Riprendiamoci la Domenica

Logo-Giorno-del-Signore-colori-1024x640Quando qualcuno – leggasi Rivolu- zione francese – ha voluto provare ad eliminare il cristianesimo dal proprio territorio cos’ha fatto? La cosa più semplice di questo mondo: ho abolito il calendario settimanale, centrato sulla Domenica, sostituendolo con un nuo- vo calendario denominato “decadario” perché basato non più su sette ma sui dieci giorni. Se i mesi assumevano i nomi dalle diverse stagioni (nevoso, vendemmiaio, fruttidodro…) i giorni della razionale decina diventavano: pri- midì, duodì, tridì… e via dicendo. Così, d’incanto, spariva la Domenica, come sparivano le varie solennità, feste e memorie dei santi, sostituite dalle ri- correnze degli eventi rivoluzionari. La gente dei villaggi e delle campagne francesi, a cui poco interessava delle idee filosofiche alla base della Rivolu- zione e dei contrasti politici parigini, veniva direttamente toccata dal nuovo corso, perché chiamata improvvisa- mente a cambiare le proprie abitudini: non più la festa Domenicale, le cam- pane con i loro rintocchi, la Messa nel- le chiese parrocchiali e nelle cappelle
rurali, ma appuntamenti nel decimo giorno della decade. Secondo i rivolu- zionari nel giro di pochi anni il cristia- nesimo si sarebbe dissolto sostituito dal culto alla Dea Ragione o all’Essere Supremo. L’esperimento durò poco, perché gli eventi successivi fecero in- nestare ai politici d’oltralpe la retromar-cia, cosa che permise ai cristiani di Francia di ritrovare il “Giorno del Si- gnore”. Rimane però significativo il tentativo di far fuori in quattro e quat- tr’otto la Domenica cristiana. Ben sa- pendo che così si sarebbe inflitto al cristianesimo un colpo mortale.

La Domenica è, infatti, il giorno del- l’identità cristiana. È ciò che lungo lo scorrere normale e ripetitivo dei giorni distingue i discepoli di Cristo. Che pro- prio in quel giorno si incontrano per celebrare il loro più importante appun- tamento liturgico, l’Eucaristia, più po- polarmente “la Messa”. Certo si tratta di una definizione parziale, ma si può dire con ragione che il cristiano è colui che “va a Messa la Domenica”. Perché la Domenica è un giorno totalmente diverso dagli altri giorni. Un giorno che
non abbiamo inventato noi, come il lu- nedì, il martedì… il venerdì, ma che ha inventato Lui, il Signore Gesù “co- stringendo” i credenti in lui a festeg- giarlo. Lo ha inventato risorgendo “il giorno dopo il sabato”, apparendo ai discepoli “otto giorni dopo”, donando in quella che poi sarà la Domenica di Pentecoste lo Spirito Santo. Per questo fin dall’inizio i cristiani hanno comin- ciato a riunirsi proprio di Domenica, “il giorno del Signore”, e non altrimenti. Fino a dare la vita per difendere quella possibilità, come i martiri di Abitene, nell’attuale Tunisia, che nel 304 prefe- riscono farsi uccidere piuttosto che ri- nunciare all’appuntamento Domenica- le. E fino al 313, anno della libertà concessa da Licinio e Costantino, nel- l’impero romano quel giorno era un comune giorno lavorativo, per cui i cri- stiani si trovavano per celebrare l’Euca- ristia (la Messa) alla sera, dopo una fa- ticosa giornata di lavoro. Altroché “Messa comoda”!

Non c’è altro giorno, non c’è altra occasione, in cui i cristiani si incontra- no tutti insieme, piccoli e grandi, gio-vani e anziani, pensionati e lavoratori, più devoti e meno devoti, più santi e meno santi, per formare un’unica e variopinta assemblea. Non c’è altro ap- puntamento che possa rilevare così bene il volto di una comunità cristiana come la Messa della Domenica. Oc- corre anche aggiungere che se noi og- gi festeggiamo con grande solennità la Pasqua annuale, che ondeggia fra marzo ed aprile, per un bel po’ non fu così, perché la Pasqua annuale non esisteva ancora. Esisteva solo la “Pa- squa settimanale”, la Pasqua di ogni Domenica, perché ogni Domenica è Pasqua. Ogni Domenica noi celebria- mo il mistero di morte e risurrezione di Gesù, che si rende presente nella sua Parola e nel suo Corpo e Sangue: “Prendete e mangiate…”; “Prendete e bevete….”.

La Domenica è un giorno così im- portante che i cristiani hanno ricupera- to e inserito in essa anche altri aspetti prima vissuti altrimenti. Dall’ebraismo hanno ricuperato il significato del sa- bato, giorno di riposo e di festa fami- liare, così come hanno ricuperato il rapporto gratuito con il creato, per un giorno almeno non sfruttato ma godu- to. Così la Domenica è diventata un giorno ricchissimo di significati e di im- portanti contenuti. Non più soltanto un obbligo (“Ricordati di santificare le fe- ste”) ma una “necessità”: “Sine domi- nico non possumus”, cioè “Non pos- siamo vivere senza celebrare il giorno del Signore”, hanno risposto i martiri di Abitene al proconsole Anulino che li interrogava minacciandoli di morte. Che coerenza, che coraggio! E noi?

Noi oggi rischiamo di rimanere vitti- me inerti non della testimonianza co- raggiosa, ma dell’apatia indifferente di fronte al nuovo tentativo di rubarci la Domenica. Oggi non cadono più teste sotto la ghigliottina, non siamo più co- stretti a celebrare di nascosto, nei fie- nili o nelle cantine, come durante gli anni della Rivoluzione, non ci sono più i proconsoli che ci interrogano minac- ciandoci di morte se andiamo a Mes- sa. Oggi la ruberia della Domenica av- viene in modo più elegante. Avviene con gli enormi cartelli con su scritto “Aperti di Domenica”, avviene con l’in- vito a trascorrere ore nei nuovi templi delle grandi aree commerciali, avviene con l’infittirsi di sagre e fiere di ogni ti-po, riscoperte e rispolverate in chissà quale scantinato o inventate di sana pianta. Basta che la Domenica sia in qualche modo “sfruttata” e in qualche modo possa “rendere”!

Il venir meno del senso cristiano della Domenica, per tanti uomini e donne sta facendo diventare questo giorno quasi un giorno come gli altri sei della settimana, con ritmi stressanti di lavoro, un lavoro sempre in aumen- to, costringendo così all’attività lavorati- va domenicale sempre più persone. Come se questa fosse una conquista di civiltà. Lavoro, commercio, guada- gno, sono i nuovi Esseri Supremi, gli Dei della Ragione, al culto dei quali ci è chiesto sempre più di partecipare.

C’è dunque una battaglia da com- battere, a denti stretti, per riconquistare la Domenica come giorno che umaniz- za, che ci distingue dagli animali che non conoscono l’alternanza dei giorni feriali e di quelli festivi. Come giorno del riposo, della cura dei legami fami- liari e parentali, come giorno della pros- simità verso chi è malato, bisognoso, come giorno della carità, come “Giorno del Signore” e della cura del rapporto con Lui, come giorno della comunità,
quella comunità di cui abbiamo così tanto bisogno (vedi mio intervento sul numero scorso de l’Amico).

C’è una battaglia, anzi una guerra da combattere, contro i “ladri della Do- menica”, per difendere la nostra iden- tità cristiana. Non sono presunte lonta- ne radici, non sono proclami di ormai desuete millenarie “civiltà cristiane”, a garantire la persistenza della nostra fe- de. Lo è solo, ne sono convintissimo, la salvaguardia della Domenica come “Giorno del Signore” e a ruota come “Giorno dell’uomo”. Anche nel secolo che si è appena concluso, e ancora qua e là nel nostro, sotto i regimi ditta- toriali, anche i più terribili, cos’è che ha salvato la fede e l’esistenza cristiana? Il riuscire a trovarsi, con mille sotterfugi e incombenti rischi, per celebrare la Messa della Domenica. Quasi una pro- va della verità di quanto sto dicendo. Dovremmo pensarci un po’ su.

In questa battaglia/guerra, non vio- lenta ma fatta di resistenza di compor- tamenti e di scelte coraggiose, do- vremmo trovarci, se siamo cristiani, tutti quanti al fronte. Tutti, senza distin- zione di età e di sesso. In prima fila dovrebbero esserci i genitori con i loro bambini e ragazzi. Oggi i genitori, qua- si senza accorgersene, sono le vittime privilegiate dei “ladri della Domenica”, perché oggi da questo punto di vista sono i più deboli e indifesi, le vittime più facili da conquistare, vittime soven- te inconsapevoli. Si fa loro credere, subdolamente, che la Domenica cri- stiana non conta, che, vabbè, la Messa può esserci ma anche non esserci, che per la Messa manca sempre il tempo. Così si perde quella bella cosa, troppo sovente schernita, che è “l’abi- tudine”. L’abitudine è come un habi- tus (abito) che ci sta proprio bene ad- dosso, che ci fa sentire presentabili e a posto, che per questo mettiamo vo- lentieri. D’altra parte tutta quanta la nostra vita è fatta di “abitudini”. Senza le abitudini non potremmo vivere. Ri- cuperiamo allora l’abitudine alla Domenica cristiana e al suo impre- scindibile “cuore”, la Messa. Ce l’hanno rubata e non ci sono investiga- tori e forze dell’ordine che ce la pos- sono ricuperare da ladri che sono en- trati silenziosamente e furbescamente nella casa della nostra vita, facendo il loro mestiere. Noi, solo noi, possiamo ricuperarla. Facendo il “nostro mestie- re”. Coraggio! Buona “Pasqua settima- nale”!

don Giampaolo