Ho fatto un sogno

Sì, come capita sovente ho fatto un sogno. Si è trattato però di un sogno speciale, ad occhi aperti. Questo sogno mi ha portato sul campanile della nostra chiesa, nel cuore dell’Altipiano. Il campanile è un luogo dal quale lo sguardo spazia lontano, verso tutti e quattro i punti cardinali: nord, sud, est, ovest. Così lo sguardo può abbracciare tutta quanta la parrocchia e il suo territorio. Può vedere le case, i condomini, le strade. Può osservarne bene i confini: Corso Diaz, Coso Europa, Via Manzoni, Via Ortigara … Fino a una cinquantina d’anni fa territorio e parrocchia coincidevano perfettamente. Quasi tutti quelli risiedevano sul territorio avevano una sola fede ed una sola appartenenza ecclesiale: cristiani, cattolici, parrocchiani del Sacro Cuore, anche se più o meno praticanti. Oggi non è più così. Anzi, oggi le cose sono cambiate tantissimo. Perciò, passando dall’urbanistica alle persone, ho immaginato la realtà parrocchiale come una realtà a cerchi concentrici.

C’è un cerchio molto ampio e lontano dall’edificio parrocchiale. Si tratta del cerchio formato dalle persone che abitano sul territorio ma che non hanno nulla a che fare direttamente con la parrocchia: c’è qualche non credente, qualche persona indifferente, qualche buddista. Soprattutto c’è la folta schiera degli emigrati che sono in maggioranza di fede musulmana. Non sono degli estranei perché per un cristiano nessuno è estraneo, ma non sono parrocchiani.

C’è poi un secondo cerchio. Questo secondo cerchio ospita coloro che possiamo definire come “cristiani anagrafici”. Sono tali perché battezzati, perché in qualche occasione (Natale, Pasqua, funerali…) si affacciano in chiesa, perché accolgono il parroco per la benedizione annuale delle famiglie ma nulla di più. Si tratta di una fascia numericamente piuttosto consistente.

C’è poi un terzo cerchio. È quello costituito da quei battezzati che hanno un contatto regolare con la parrocchia perché partecipano regolarmente alla Messa festiva e si fanno vivi in qualche altra occasione ed hanno una buona attenzione alla vita della comunità. Gli appartenenti a questo cerchio li possiamo definire come “cristiani ordinari”.

Infine c‘è l’ultimo cerchio. È un cerchio nel quale si collocano coloro che, rispetto ai “cristiani ordinari”, vivono più intensamente l’appartenenza alla parrocchia. La sentono come parte integrante della loro vita, ne conoscono le caratteristiche e i problemi, offrono già o sono disponibili ad offrire un contributo fattivo nei vari ambiti nei quali la parrocchia dispiega la sua azione. In questo cerchio penso che si collochi anche la tua persona, alla quale, come a tanti altri come te, è destinato questo scritto.

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Come ben sai, siamo all’inizio del nuovo anno pastorale “ordinario”, dopo la stagione delle attività estive. Ho pensato che questa circostanza può diventare utile per fare il punto al momento della ripartenza, anche per richiamare l’importanza di alcuni aspetti fondamentali per la vita di chi, per sua buona volontà e per grazia del Signore, si sente particolarmente coinvolto nella vita della comunità.

Il primo aspetto su cui mi preme attirare la tua attenzione è quello del sempre più necessario passaggio dalla collaborazione alla “corresponsabilità”. Collaborare vuol dire “dare una mano”, “prestare un aiuto”, ed è già cosa importantissima. “Essere corresponsabili” significa invece sentire come parte integrante della propria esistenza credente la vita della parrocchia, le sue gioie e le sue fatiche, i suoi successi e i suoi problemi. Significa, in altre parole, sentire la parrocchia come “casa propria”, con tutte le attenzioni che si hanno per la propria dimora e per chi in essa vi abita. Significa essere convinti che la parrocchia la si costruisce insieme, parroco e parrocchiani, secondo le varie sensibilità, caratteristiche, ruoli. Tenendo anche ben presente il fatto che i parroci passano mentre i parrocchiani, di solito, restano! Ai laici più che al parroco transeunte è affidata la continuità e la stabilità di una parrocchia. Ho così sognato che tutti i membri dell’ultimo cerchio si stringevano attorno alla parrocchia, per formare un gruppo coeso, attento alle sue esigenze, pronto a farsi carico della sua vita.

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Ha delle conseguenze, tutto questo, per la vita di chi si sente “corresponsabile”? Credo proprio di sì e sono conseguenze che stanno assai prima del “fare delle cose”, dell’”operare concretamente”. Sono conseguenze che si pongono al livello dell’”essere cristiani”, discepoli e amici del Signore Gesù, Risorto e Vivente, docili al suo Spirito.

“Essere cristiani” non è mai un punto di arrivo ma un sapersi continuamente “in cammino” perché non è mai cosa scontata, come non lo sono l’essere uomini e donne. Fino al momento in cui la vita si conclude si è “in costruzione” perché la propria figura cambia per l’età, le situazioni, le relazioni che si intrecciano, per il mutare del contesto nel quale viviamo.

Per questo è necessario sempre coltivare il terreno su cui siamo piantati, è necessario curarlo, concimarlo, innaffiarlo. Nel vangelo di Giovanni tutto questo è sintetizzato nel verbo “rimanere”,ben presente ad esempio in 15, 4-8:

“Rimanete in me ed io in voi. Come il tralcio non può portare frutto da se stesso se non rimane nella vite, così neanche voi se non rimanete in me. Io sono la vite, voi i tralci. Chi rimane in me, e io in lui, porta molto frutto, perché senza di me non potete far nulla. Chi non rimane in me viene gettato via come il tralcio e secca; poi lo raccolgono, lo gettano nel fuoco e lo bruciano. Se rimanete in me e le mie parole rimangono in voi, chiedete quello che volete e vi sarà fatto. In questo è glorificato il Padre mio: che portiate molto frutto e diventiate miei discepoli”.

Per questa cura, oltre la dimensione più personale e casalinga, esistono occasioni particolari offerte dalla parrocchia, occasioni nelle quali la cura per la propria esistenza credente assume una valenza particolare in se stessa e per il fatto di essere condivisa con gli altri, secondo la parola stessa di Gesù: “Dove due o tre sono riuniti nel mio nome, Io sono in mezzo a loro” (Mt 18,20).

Quali sono i luoghi nei quali l’esistenza credente trova il proprio nutrimento e può esercitare la cura della propria fede e della propria carità? Mi pare che siano fondamentalmente tre e sono luoghi circa i quali la parrocchia vuole essere particolarmente attenta e propositiva e attorno ai quali occorre che cresca la sensibilità di tutti. Potremmo anche definirli come i “tre pilastri” su cui poggia la vita credente a livello singolo e di comunità:

  1. Il primo pilastro è quello della Parola di Dio, attestata dalla Bibbia. “Egli rispose loro: Mia madre e i miei fratelli sono quelli che ascoltano la parola di Dio e la mettono in pratica” (Lc 8,21). Prima della pratica c’è l’ascolto e, come afferma l’apostolo Paolo, la fede stessa nasce dall’ascolto: “Così la fede viene da ciò che si ascolta, e ciò che si ascolta viene dalla parola di Cristo” (Rm 10,17). Non si tratta di un ascolto occasionale, fatto una volta per tutte, ma di un ascolto costante e rinnovato nel tempo perché la fede è sempre “in nascita”. Non si può pensare di credere una vola per tutte. Per questo, oltre alle vie più personali, occorre essere attenti a ciò che la parrocchia offre per crescere in questa dimensione di ascolto. Oltre alla “Liturgia della Parola” della Messa, soprattutto festiva, esistono almeno un paio di altre occasioni per vivere questo ascolto fecondo: quella recente dei tre brevi ritiri lungo l’anno e quella più sperimentata, ma quest’anno rinnovata e più legata alla vita, del piccolo (cinque incontri) corso biblico dell’autunno.
  2. Il secondo pilatro è quello dell’Eucaristia e della preghiera ad essa ispirata. Dall’ascolto della Parola, che ne illustra il senso, si deve passare all’Eucaristia, fondamentalmente quella festiva, cioè del “Giorno del Signore”. Nel “suo” giorno il Signore si rende presente e invita ad incontrarsi con lui per accogliere i doni da lui offerti: il suo corpo e il suo sangue: “Questo è il mio corpo che è dato per voi” (Lc 22,19). Ne va di conseguenza la necessità di partecipare con fedeltà e con personale coinvolgimento all’Eucaristia festiva, senza rimanere semplici spettatori di un rito in qualche modo esterno, ma entrando nella logica e nelle dinamiche del rito stesso. Ne deriva anche la necessità di imparare a pregare davanti all’eucaristia esposta, segno “visibile” della presenza del Signore con noi e per noi. La nostra comunità dallo scorso anno ha deciso di puntare con maggior forza sui tempi di Adorazione Eucaristica, attraverso la proposta dell’adorazione personale sussidiata lungo tutto il primo venerdì del mese e con l’ora di adorazione animata (dalle 19 alle 20) dei giovedì successivi. Dobbiamo chiederci se abbiamo coscienza di questi momenti privilegiati e se usiamo tutta la fantasia e la buona volontà per sfruttare al meglio tali occasioni che, in una comunità il cui senso primo sta proprio nel curare la fede e la carità dei suoi membri, hanno più valore di tanti altri.
  3. Il libro degli Atti degli apostoli descrivendo sinteticamente la vita della prima comunità cristiana afferma che “(I credenti) erano assidui nell’ascoltare l’insegnamento degli apostoli e nell’unione fraterna, nella frazione del pane e nelle preghiere. Un senso di timore era in tutti e prodigi e segni avvenivano per opera degli apostoli. Tutti coloro che erano diventati credenti stavano insieme e tenevano ogni cosa in comune; chi aveva proprietà e sostanze le vendeva e ne faceva parte a tutti, secondo il bisogno di ciascuno” (Atti 2,42-45). Ritroviamo in questo testo i due elementi richiamati in precedenza: l’ascolto e la frazione del pane (Eucaristia) ma se aggiunge un terzo, che possiamo definire come “fraternità”, che si traduce anche nella condivisione dei beni. Con l’ascolto della Parola e l’Eucaristia la fraternità è la terza grande colonna della vita cristiana. Tutta la testimonianza di vita di Gesù di Nazareth mostra che egli non ha curato soltanto la vita dei singoli, ma ha voluto costruire attorno a sé una comunità fraterna. Questo suo intento, d’altra parte, va incontro ad un’esigenza dell’uomo che è un essere sociale, fatto per le relazioni e per la vita condivisa con altri. “Non è bene che l’uomo sia solo”, ha detto da subito Dio, appena ha visto l’uomo di fronte a sé. È dunque importante che si curi, a vari livelli, la dimensione fraterna, anche qui sfruttando le occasioni che già esistono e creandone, se necessario, di nuove e diverse.

C’è un ultimo aspetto al quale accenno appena e che dovrà essere ripreso con calma ma con decisione. Fin dagli esordi del suo pontificato papa Francesco ha richiamato alla necessità di essere “una Chiesa in uscita”, cioè una Chiesa che non si concentra su se stessa, sui suoi problemi interni o sui suoi successi, ma una Chiesa che va verso il mondo nel quale è immersa e verso gli altri, con uno stile di prossimità e di missionarietà. Occorre perciò cominciare ad interrogarsi se, come singoli, come gruppi, come parrocchia, si è già “estroversi” e non malati di introversione e quali conseguenze, scelte, atteggiamenti, ciò richieda per una “Chiesa in uscita” in quella, che ancora papa Francesco, definisce non “un’epoca di cambiamenti” ma un “cambiamento d’epoca”.

Lascio queste riflessioni “a voce alta” a te e a voi, chiedendo di prenderle molto sul serio, di parlarne per quanto possibile con altri, di lasciarsi positivamente provocare da esse, per un cammino parrocchiale sempre all’altezza ei tempi e delle sfide che essi ci pongono.

don Giampaolo
Parroco

Mondovì 1 settembre 2017,
novena per la Solennità della Natività di Maria, patrona della Diocesi