Omelia del 11.06.2017 – Santissima Trinità (A)

Tre figure che si vogliono un bene dell’anima

Potrà sembrare strano, ma nei primissimi secoli di storia della Chiesa i cristiani venivano anche accusati di “ateismo”. Infatti non credevano in ciò in cui credevano tutti: le divinità greche e romane. Nemmeno credevano in un unico Dio, come ad esempio gli ebrei o pochi secoli dopo i musulmani. “Allah Akbar”, dicono i musulmani. Cioè “Allah è grande”. Con tutto rispetto, Allah sarà pure grande ma è anche solo, solitario con sé stesso.

Noi invece crediamo in un Dio che solo non è. Crediamo in un Dio che è in compagnia, un Dio ricco di vitalità e di vita. Bellissimo il saluto con il quale san Paolo conclude la seconda lettera ai Corinzi e che è anche diventato uno dei saluti iniziali della Messa: “La grazia del Signore Gesù Cristo, l’amore di Dio, la comunione dello Spirito Santo sia con tutti voi”.

Con questo saluto Paolo ci ricorda qual è il nome di Dio: un bel nome, un nome triplice: Dio Padre, Figlio, Spirito Santo. Dio è così non per complicarci la vita e la comprensione della sua figura, anche se nei primi secoli i cristiani si sono fatti la guerra per cercare di spiegare cosa fosse mai la Trinità. Dio è così perché solo così può essere ciò che è: Amore. “Dio è amore” scrive nelle sue lettere l’apostolo Giovanni. E noi ne siamo convinti. Ci crediamo, lo diciamo, lo cantiamo anche. Ma come potrebbe essere amore un Dio solo e solitario. Cosa ne saprebbe dell’amore, se vivesse in piena solitudine. Si può essere amore solo se c’è qualcuno da amare.

La caratteristica prima e decisiva di Dio è proprio questa: tre figure che si vogliono un bene dell’anima, che si amano in un modo incredibilmente appassionato, perché ciascuna di esse ha altre due figure da amare. Un amore che adesso noi facciamo fatica a comprendere, perché non esiste attorno a noi e perché la nostra intelligenza, anche se a volte è geniale, è pur sempre limitata. Infatti, sempre l’apostolo Giovanni, ci ricorda nelle sue lettere che capiremo pienamente Dio solo quando saremo “faccia a faccia” con lui.

A dire il vero però tutto ciò è giusto solo in parte perché noi in realtà un modo per cominciare a capire di quale pasta è fatto Dio, di che spessore è il suo amore, noi ce l’abbiamo. Nel Vangelo che abbiamo letto oggi, parlando a Nicodemo, Gesù ci ha ricordato che l’amore di Dio è stampato sul suo volto, nella sua persona, dentro la sua storia. Possiamo dire che la storia di Gesù non è altro che il grande racconto dell’amore di Dio.

Un amore che non è rimasto sulle nuvole, un amore che ci è venuto incontro, un amore che ci tocca da vicino. È il Vangelo di oggi: “Dio ha tato amato il mondo – cioè noi, perché il mondo è la nostra umanità – da dare il suo Figlio unigenito… perché il mondo sia salvato per mezzo di lui”.

Con Gesù, l’amore di Dio è uscito da Dio stesso ed è venuto verso di noi, come una mano tesa nei nostri confronti. Gesù è la mano dell’amore di Dio che stringe le nostre mani con amicizia, una mano che ci accompagna nel cammino della vita, una mano a cui aggrapparci nei momenti difficili, come capita a chi sta per affogare e cerca disperatamente qualcuno o qualcuno a cui afferrarsi. Una mano per cercare aiuto., per non sentirci soli, come Dio non è solo. Questa è ciò che noi chiamiamo la salvezza: essere sempre certi che qualcuno ci vuole un gran bene e che proprio perché ci vuole così tanto bene non ci lascia mai soli.