LAICI: scocca (inevitabile) la vostra ora

17 marzo 1865, Naghasaki, Giappone. Padre Petitjean sta pregando nella sua chiesetta. Da qualche mese con altriconfratelli è approdato in Giappone, ma non ha ancora incontrato nessun cristiano. Forse non ce ne sono più perché dal 1638 nell’isola nipponica il cristianesimo è proibito e gli ultimi cristiani sono stati perseguitati e in gran parte messi a morte. Ancora adesso l’evangelizzazione è proibita, come la celebrazione della Messa in pubblico. Mentre è concentrato nella preghiera padre Petitjean sente dei passi alle sue spalle. Con grande circospezione un gruppo di giapponesi è entrato nella piccola chiesa. Sono cristiani clandestini, discendenti dei cattolici del seicento, tutti quanti laici. Isolati, senza gerarchia e senza preti, di generazione in generazione questi laici cristiani si sono tramandati la fede battezzando di generazione in generazione i propri figli. Poco per volta si scopre che i cristiani clandestini sono migliaia. Viene così alla luce una chiesa costituita solo da laici che ha attraversato più di due secoli di oscurità, sfidando anche la sempre possibile persecuzione, tenendo viva la fiamma della fede.

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Rilievo di Padre Petitjean con un gruppo di cristiani giapponesi (kakure kirishitan).

Qualcosa di simile era accaduto in Corea. Nel secolo XVIII un gruppo di giovani studiosi indagava le letterature occidentali per trovare idee in grado di aiutare il cambiamento della società coreana del tempo. Nella loro indagine, che all’inizio rispondeva ad una curiosità intellettuale, essi incontrano il cristianesimo e, man mano che passa il tempo, tale incontro si trasforma in un vero e proprio itinerario verso la fede. Dopo aver compreso l’importanza del battesimo, mandano uno di loro a Pechino, in Cina, perché venga battezzato. Corre l’anno 1784 e il nome dell’inviato in terra cinese è Lee Seung Hun. A Pechino Lee Seung Hun viene battezzato, assumendo l’antico nome di Pietro. Tornato in Corea, Pietro battezza i colleghi ed amici. Nasce così la Chiesa coreana. Una Chiesa che, per decenni, è animata e guidata solo da laici. La cosa accade in tempi non facili. Nel 1785, infatti, scoppia una grande persecuzione che causa un buon numero di martiri. La persecuzione prosegue anche negli anni successivi. Nel 1802 il sovrano emana un editto che proclama addirittura lo sterminio dei cristiani. È solo a quel punto che la Chiesa coreana chiede aiuto al Vescovo di Pechino e al Papa, domandando di mandare dei sacerdoti. Nella nuova persecuzione che scoppia nel 1866 si conteranno circa 10.000 martiri, 103 dei quali beatificati in due gruppi distinti, nel 1925 e nel 1968, e canonizzati tutti quanti insieme da Giovanni Paolo II il 6 maggio 1984, a Seul. Ad esclusione di una decina di stranieri tutti gli altri erano coreani e laici, alcuni catechisti, altri semplici fedeli. Quello che mi interessa qui sottolineare della storia delle Chiese nipponica e coreana non è tanto il martirio, quanto l’originalità dell’esperienza: in Corea per molti anni vive una Chiesa fondata, organizzata, guidata, sostenuta soltanto da laici, cioè da semplici battezzati! Lo stesso evento che, fondazione a parte, accade pure in Giappone. In quegli stessi anni in Europa prosegue un ormai secolare processo di clericalizzazione, anche in forza della cosiddetta “pletora ecclesiastica”, cioè dell’eccessivo numero di clero secolare e religioso. Con il record di Palermo, laddove si calcola ci sia un chierico ogni 19 (!) abitanti. Una clericalizzazione che stiamo ancora pagando e dalla quale fatichiamo ad uscire. Ancora troppo sovente il sacerdote deve essere presente ovunque e sempre e se manca sembra che i laici abbiano le ali tarpate. Basta pensare alle tante piccole parrocchie delle nostre diocesi, dove il venir meno del parroco ha come conseguenza la quasi paralisi delle attività. Fra non molto, però, il fenomeno non riguarderà solo le piccole e sperdute parrocchie di montagna e collina, ma anche le parrocchie mediograndi di paesi e di città. Come Mondovì. Basta prendere in mano l’Annuario Diocesano e spulciare qualche cifra indicativa. I parroci ultraottantenni sono almeno otto, 11 quelli fra i settantacinque e gli ottanta, mentre i preti sotto i sessant’anni, parroci o no, sono appena venti. Fra cinque anni, ben che vada saranno una quindicina. Molte parrocchie consistenti, si prenda ad esempio Beinette, Ceva, Mondovì Piazza, sono guidate da parroci sopra i settant’anni. Il parroco di Chiusa Pesio nell’anno in corso ne compie ottanta. Lunga vita a tutti, per carità, ma nessuno di loro è eterno e di salute inossidabile. Poi, forse, qualche anno di riposo probabilmente se lo meritano tutti. Inoltre la pastorale vocazionale, mai così intensa e curata, sta dando risultati assai scarsi. Senza colpa di nessuno. Questa situazione, per molti versi drammatica, provoca disappunto, lamentele, rabbia, nostalgia per i tempi che furono, quando anche nella pur meritoria parrocchia di Fontane, in val Corsaglia, c’era addirittura il vice-parroco. Guai però se ci si ferma alle lamentele e alla nostalgia o si punta solo su di un’insperabile ripresa, almeno a breve e medio termine, delle vocazioni. Nemmeno l’arrivo di sacerdoti extracomunitari potrà in qualche modo sopperire alla mancanza di clero “in cura d’anime”, come si diceva una volta. Anzi sovente si rivela problematica. Bisogna allora uscire dalle recriminazioni e cogliere il fenomeno come un “segno dei tempi”. Un segno per molti decenni ancora irreversibile. Un segno che interroga e che può addirittura diventare benefico per le nostre comunità. Può infatti servire a tornare all’essenziale dell’attività pastorale e a ricuperare il terreno perso su molti fronti, primo fra tutti su quello del ruolo dei laici. A me, che frequento abbastanza, anche solo come attenzione, la vicina Francia, non sfugge che sovente o sui bollettini parrocchiali o sui fogli affissi alle porte delle chiese, compaiono, ad esempio per i battesimi o per la preparazione al matrimonio, da subito rimandi a laici, singoli o coppie: Monsieur o Madame tal dei tali, con tanto di “rue” e numero telefonico. Bypassando così (cioè saltando fin all’inizio) la figura del parroco, mentre da noi tutto deve ancora troppo sovente partire e passare di lì. Brutta abitudine quella di convogliare tutto verso il parroco. Rischia di capitare quello che capita durante le alluvioni quando tutti i detriti si accavallano agli archi dei ponti, il fiume si ingolfa e finisce con l’esondare. Bisogna convincersi di dover camminare, volenti o nolenti, verso altre soluzioni. Che possono anche non essere il meglio da certi punti di vista, ma che sono inevitabili. Soluzioni che coinvolgano più direttamente i laici. Così si ricupera pure il valore del sacramento fondamentale, che è il battesimo, il quale incorpora nella comunità cristiana e al contempo autorizza a svolgere una vasta serie di mansioni. Occorre che emergano laici responsabili, volenterosi, disponibili a prepararsi e a mettersi in gioco. Laici corresponsabili e non solo collaboratori. Occorre anche che gli altri laici, tutti quelli che legittimamente non se la sentono di assumersi delle responsabilità e che rappresentano ovviamente la maggioranza dei battezzati, accettino questa situazione, senza la pretesa di avere sempre a che fare con “il don” e senza essere ipercritici verso coloro che invece le responsabilità, grazie a Dio e pur con tutti i loro limiti (ma i preti non li hanno, i limiti?), se le assumono. Mi chiedo, ad esempio, se nella nostra parrocchia si sarebbe pronti a mandare i propri figli ad un campeggio senza la presenza del parroco o del vice. Visto che, appena i campeggi si avvicinano, risuona con facilità una domanda rivolta al sottoscritto: “Scusi, ma c’è anche lei?”. A dire il vero, per fortuna, qualcosa, al riguardo, sta nascendo. Non è “l’albero di trenta piani” di celentaniana memoria, ma, ad esempio, la gestione dell’Oratorio, che ormai è autonoma, grazie alla COAR, o il progetto “GIO-CATE” (cioè “gioco e catechismo”), guidato brillantemente da Daniela, o ancora la Caritas, che di fatto è gestita da un bel gruppo di laici, al maschile e al femminile. Però non basta. Occorre ancora camminare molto. Non dico così tanto da arrivare alle altezze delle Chiese giapponese e coreana dei secoli passati, ma ad avvicinarsi almeno un po’ ad esse. La storia di quelle Chiese dimostra che, se si vuole, se si ha un po’ di convinzione, di voglia e di coraggio, in forza del semplice battesimo, si può fare tanto, anzi tantissimo. Vincendo timori, paure, chiusure tipicamente piemontesi e quel nostro “rispetto umano”, che sovente più che rispettoso risulta essere ”dannoso”.

don Giampaolo