Il crocifisso con i resti dei barconi dei profughi

Il Crocifisso della cappella, dedicata il 24 settembre a Charles de Foucauld, è stato realizzato con i resti dei barconi dei profughi ricuperati al largo di Lampedusa. Barconi pieni di uomini, donne, bambini, ragazzi, giovani. Molti di essi sono morti in mare. Sono i crocifissi di oggi. Alla ricerca di pane, libertà e speranza, sovente sono stati inghiottiti dal Mediterraneo. Il legno grezzo, sbrecciato, con i chiodi conficcati, è il segno eloquente di questa tragedia. Charles de Foucauld è vissuto accanto ai poveri, li ha aiutati, li ha sfamati, li ha istruiti. Dichiarandosi fratello universale ha voluto rendersi vicino a tutti, oltre ogni differenza di nazione, di razza, di cultura e di religione. Infatti, venne amato sia dai cristiani che dai musulmani.

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Migranti e profughi: oltre le banalità (da l’Amico nov-dic-2016)

Nel loro libro, che in tanti farebbero bene a leggere!, intitolato Tutto quello che non vi hanno mai detto sull’immigrazione, edito dai tipi Laterza, Stefano Allievi (sociologo e membro fondatore di FIDR – International Forum for Democracy & Religions – e Eurislam, membro del comitato scientifico dello Yearbook on the Sociology of Islam, dello European Journal of Muslim Perspectives e delle riviste Religioni e Società, Africa e Mediterraneo e Popoli) e Gianpiero Dalla Zuanna (Professore ordinario di Demografia presso il Dipartimento di scienze statistiche dell’Università degli Studi di Padova) scrivono, fra le altre cose: “Nel primo secolo di Unità nazionale (1861-1961), almeno 25 milioni di italiani hanno lasciato l’Italia, quasi 700 al giorno” (il corsivo è loro). Quando parliamo di migranti non dovremmo mai scordarci questi nostri numeri, abbastanza impressionanti. Siamo stati un popolo di emigranti e abbiamo dato un notevole contributo alla causa dell’immigrazione. E se la stragrande maggioranza dei nostri migranti era formata da gente onesta e laboriosa (ho avuto anch’io, nella mia parentela, gente di questa stoffa!) qualche mela marcia, sui treni e sulle navi cariche di migranti, l’abbiamo esportata pure noi (vedasi mafia americana). Come mele marce giungono sulle coste di Lampedusa o di Lesbo ai nostri giorni. Nel caos dei barconi e dei trafficanti di vite umane è praticamente inevitabile!

Detto questo cito le notizie di oggi, mercoledì 5 ottobre: nel Mediterraneo, mare nostrum, sono state salvate, assieme a tutti gli altri profughi, tre donne che hanno partorito a bordo delle navi soccorritrici. Un’altra donna, incinta di alcuni mesi, non ha resistito alla traversata ed è morta. Chiedo a ciascuno di voi: “Secondo te, cos’è che fa partire una donna che è in procinto di partorire per un viaggio avventuroso, su un barcone di fortuna, con decine di persone stipate a bordo, in condizioni igieniche pessime, con rischi altissimi, se non la disperazione? Se non la disperazione generata da un retroterra di guerra, di violenza, di fame e di miseria?”. Tutto questo è confermato da un dato relativo ai migranti giunti sulle coste europee (Spagna, Italia, Grecia) dal 1 gennaio a metà settembre dell’anno in corso. Sono stati 211.563, il 38% dei quali provenienti dalla Siria, cioè da una disumana situazione di guerra. Basta aprire un telegiornale serale e guardare cosa capita ad Aleppo per capire come mai un numero così alto di siriani lascia il loro bel paese: “Chi di noi rimarrebbe volentieri sotto i micidiali bombardamenti quotidiani?”

Un altro dato e un’altra riflessione si impongono. Lungo tutto il 2015 sono sbarcati sulle coste europee 1.015.075 profughi, di cui il 32% bambini (i morti in mare sono stati 3771!). La sola Unione Europea si stima abbia oggi all’incirca 508.000.000 di abitanti. Mi chiedo: “È mai possibile che un insieme di stati con cinquecento otto milioni di abitanti non possa accogliere e gestire con umanità poco più di un milione di persone, di cui un’alta percentuale sono donne e bambini?”. La cosa mi sembra veramente ridicola! Mi chiedo allora: “Non è forse che non si vuole, che si chiacchiera troppo e si fa troppo poco, che si è diventati improvvisamente egoisti? Siamo così sicuri che la soluzione giusta sia quella di alzare muri, erigere barriere di filo spinato, bloccare i confini con i militari? Soprattutto se lo fanno paesi che fino all’altro ieri vivevano sotto il tallone del comunismo sovietico e che per decenni non hanno avuto libertà ma miseria e decadimento umano? Paesi come la Polonia che durante il regime era strapieno di avviliti ubriachi e che vanta di essere un paese cattolico?”. Appunto: alcuni di questi paesi si proclamano cristiani, se non cattolici. Ma cosa significa essere cristiani? Forse solo andare a Messa la domenica, fare processioni, accender candele, o non anche soccorrere chi vive il dramma dell’emergenza umanitaria? Ha detto monsignor Sebastiano Dho, vescovo emerito di Alba, in una recente intervista: “Non si può pretendere di difendere il crocifisso appeso al muro (anche se opportuno) e calpestare i crocifissi vivi”.

Se non facciamo attenzione questi atteggiamenti si ritorcono contro di noi. Basta vedere cos’è successo, sempre il 5 ottobre in Inghilterra, tra i primi frutti della Brexit. Il ministro degli interni ha proposto di censire i lavoratori stranieri presenti in Inghilterra perché occorre verificare se sono davvero tutti quanti necessari. Infatti – sempre secondo il ministro in questione – bisogna dar lavoro prima agli inglesi, poi, se qualche posto rimane, agli altri. Saremmo contenti se migliaia di italiani che hanno trovato fortuna sull’isola britannica fossero improvvisamente rimandati a casa perché stranieri? E se per fermare i flussi futuri verranno messi chilometri di filo spinato lungo la Manica (dove già si erigono muri contro i rifugiati)? C’è da preoccuparsi per questo cammino all’indietro, per la paura del diverso, per la politica di difesa, con ogni mezzo, di sé stessi e delle proprie presunte identità. Il premier ungherese, nei giorni appena passati, ha dichiarato che la sua politica di respingimento dei profughi contribuisce a salvare l’identità europea. Quale identità? Non certo l’identità cristiana, che non è tale se fra i suoi ingredienti non include la solidarietà, il soccorso ai poveri, l’aiuto ai deboli. Inoltre basterebbe ripercorrere un po’ la storia per rendersi conto che mai e poi mai si sono potuti fermare i processi migratori, nemmeno con la forza degli eserciti. Quando la gente si muove perché disperata, possiede una tale forza interiore che non la ferma nessun ostacolo. I processi migratori vanno gestiti, non affrontati chiudendosi a riccio in se stessi e pensando di arrestarli ai confini. Certo gestirli è faticoso, costa, comporta dei rischi, richiede un impegno non indifferente, causa certamente degli errori. Nessuno pensa che quello dei migranti sia un problema risolvibile in quattro e quattr’otto. Ma di continuo la storia presenta problemi di non facile soluzione. Per questo esistono i politici, i governi, le strutture nazionali e sovrannazionali: per affrontare e gestire i problemi. E bisogna dirlo chiaro e tondo: guai a quei politici che aizzano la piazza e spingono per misure draconiane di respingimento. Un esempio immediato di quello che si potrebbe fare è quello relativo ai migranti collocati nei vari comuni. L’ho anche già scritto altrove: se questi migranti vengono semplicemente parcheggiati e lasciati in ozio tutto il giorno si trasformano in una miccia esplosiva, facile preda di delinquenti e malfattori (vedi droga e affini). Causano così malessere sociale e crescita dell’intolleranza. Occorre, al contrario, operare per integrarli, ad esempio facendoli lavorare in attività socialmente utili e avviando percorsi di integrazione. Se questo si fa in diversi comuni, e sovente con ottimi risultati, vuol dire che si può fare ovunque. Così come occorre lavorare perché vengano rimosse le cause che originano l’immigrazione, soprattutto le guerre con tutte le loro conseguenze. Ma questo, ovviamente, è un discorso di lunga gittata. Intanto bisogna curare l’emergenza, che è oggi e non dopodomani.

Il Parroco

P.S. Dopo il terremoto di fine ottobre Giorgia Meloni e Matteo Salvini hanno dichiarato, in una conferenza stampa comune, che il governo deve pensare ad alloggiare i terremotati e non i profughi. Dichiarazione inaccettabile. Non si può fare selezione fra i bisognosi. Non gli uni o gli altri ma gli uni e gli altri!