Omelia XXVII domenica del T.O. (C – 2016)

Il profeta Ababcuc è vissuto in tempi difficili. Lo abbiamo sentito: violenza, oppressione, rapine, liti. Ma quali sono i tempi che non sono difficili? Di solito si rimpiangono i tempi andati perché erano migliori dei nostri: “Sì che una volta…”. Lo facciamo anche noi rispetto ai tempi dei nostri genitori o dei nostri nonni. Le generazioni future lo faranno rispetto ai nostri tempi. E non ci sono solo i tempi difficili della società e del mondo. Ci sono anche quelli personali, che di tanto in tanto si affacciano nella nostra esistenza individuale o familiare: tempi di litigi, discordie, separazioni, malattie fisiche o piscologiche. Allora capita pure a noi di lamentarci come ha fatto Abacuc: con gli altri o addirittura con Dio: “Fino a quando, Signore, implorerò aiuto e non ascolti, a te alzerò il grido: ‘Violenza’ e non salvi?”. Il Signore risponde ad Abacuc e alla fine della sua risposta gli dice: “Il giusto vivrà per la sua fede”. Come a dire: “Quando i tempi sono difficili, o per il contesto in cui viviamo o perché la nostra vita è toccata dal male e dal dolore, si riesce a non farsi sopraffare e a sopravvivere grazie alla fede”. La fede è l’arma in più che possediamo. Nei momenti difficili la fede diventa il salvagente che ci difende dal mare in tempesta. Ed è anche giusto che sia così Già, ma cos’è la fede? In proposito è interessante quello che succede all’inizio del Vangelo. Gli apostoli, non gente qualunque, ma gli apostoli!, chiedono a Gesù di aumentare la loro fede. È importante ricordare il contesto nel quale viene formulata questa domanda. Gesù ha appena detto che se un fratello commette una colpa per sette volte in un solo giorno e per sette volte chiede perdono bisogna perdonarlo. Sappiamo che il numero sette è simbolico, nella Bibbia indica la totalità. Per cui Gesù di fatto dice: “Devi perdonarlo sempre!”. Siamo sinceri: ci vuole proprio tanta pazienza e tanta fede per perdonare sempre. Non è facile per nessuno. Vedo che se va bene si riesce a perdonare una, due, tre volte. Poi basta. Per questo gli apostoli chiedono a Gesù di aumentare la loro fede. Fanno come quando si va a comprare al supermercato e si dice alla commessa: “È poco, mi metta ancora tre o quattro fette di salame, di prosciutto, o di altro ancora”. Cioè: “Aumenti la quantità”. Dopo la richiesta degli apostoli accade qualcosa di davvero interessante. Gesù invece di aumentare diminuisce: “Se aveste fede quanto un granello di senape”. Il granello di senape è, almeno in Terra Santa, ancora oggi, il più piccolo di tutti i semi. Lo fa per dirci che ci vuole poca fede? No, ma per dirci che per la fede non si tratta di quantità, ma di qualità. Anche una fede piccola, una fede semplice, la fede di un analfabeta, la fede di chiunque, se è fede autentica, vera, sincera può produrre grandi cose. Come comandare ad un gelso di sradicarsi da solo e di buttarsi in mare. Lo capiamo tutti quello di Gesù è un paradosso. La fede non serve nemmeno a sradicare un geranio, altroché un gelso. D’altra parte non è la prima volta che Gesù elogia la piccolezza. Pensiamo alla volta in cui vede la vecchietta che getta due spiccioli nel tesoro del tempio. Due spiccioli, una piccola cosa, quasi un niente, eppure per quella vecchietta è tanto, è tutto. Impegniamoci allora a curare la qualità della nostra fede, cioè della nostra fiducia nel Signore. Impegniamoci a nutrirla perché sia sempre una fiducia vera, sincera, intensa. Impegniamoci a curare la nostra fede, non a invidiare quella degli altri come si sente dire a volte: “Quello sì che ha fede”. Lui ha la sua fede. Tu devi curare la tua! Questa tua fede se curata farà grandi cose nella tua vita. Ti farà ad esempio essere umile, come chiesto dalla breve parabola che conclude del Vangelo. Quel “servi inutili” porta un po’ fuori strada. Dovremmo renderlo così: “siamo semplicemente persone che hanno fatto il proprio dovere”. Una mamma che fa bene la mamma, ha fatto il suo dovere. Un papà che fa bene il papà, ha fatto il suo dovere. Così un nonno, un insegnante, un parroco, una catechista, un animatore. Altroché vantarsi. Dopo aver fatto bene il proprio dovere, anche con un po’ di entusiasmo e di generosità, dovremmo dire grazie di averlo fatto e di averlo potuto fare! Magari anche con l’aiuto del Signore nel quale abbiamo posto la nostra fiducia.